La legge da indossare

Per secoli i governi hanno regolato la moda nei modi più diversi. I sovrani medievali promulgavano leggi suntuarie che stabilivano chi potesse indossare seta, velluto, ermellino o porpora. I monarchi imponevano dazi sui tessuti importati, proteggevano le industrie nazionali e, talvolta, arrivavano perfino a proibire le mode straniere. L’abbigliamento ha sempre occupato un luogo particolare, dove economia, identità e politica si incontrano in modo tanto discreto quanto profondo.

Oggi, però, sta accadendo qualcosa di straordinario. Forse per la prima volta dalla Rivoluzione industriale, il legislatore non si limita più a chiedersi chi possa indossare un determinato capo o dove esso debba essere prodotto. Sta iniziando a porsi una domanda molto più ampia:

Ha senso che un capo d’abbigliamento esista, se non è in grado di esistere responsabilmente?

Nel corso del Novecento l’industria della moda ha raggiunto livelli di efficienza impensabili. Le fibre sintetiche hanno ridotto i costi. La produzione globale ha accelerato i tempi. La logistica informatizzata ha reso possibile l’arrivo di nuove collezioni quasi da un giorno all’altro. Ciò che un tempo seguiva il ritmo delle stagioni è diventato mensile, poi settimanale e infine quasi quotidiano.

Le conseguenze sono cresciute con la stessa rapidità. Montagne di capi invenduti. Fiumi contaminati dalle tintorie. Microplastiche rilasciate a ogni lavaggio. Abiti perfettamente utilizzabili distrutti semplicemente perché non potevano più essere venduti con profitto.Per molti anni questi problemi sono stati affrontati soprattutto come questioni etiche.

Oggi stanno diventando questioni giuridiche. L’Unione Europea si è affermata come uno dei principali artefici di questo nuovo scenario normativo. Attraverso il Regolamento sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili e la più ampia Strategia europea per il settore tessile, l’Europa sta introducendo requisiti che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati quasi impensabili. I capi commercializzati nel mercato europeo saranno sempre più chiamati a rispettare criteri di durabilità, riparabilità, riciclabilità e trasparenza lungo l’intero ciclo della loro esistenza.

Uno degli sviluppi più affascinanti è rappresentato dal Passaporto Digitale di Prodotto. Immaginiamo di acquistare un cappotto e di inquadrare con il telefono un piccolo codice nascosto all’interno dell’etichetta. Invece delle sole istruzioni di lavaggio, quel codice potrebbe raccontarci dove sono state coltivate le fibre, dove è stato filato il filo, quale stabilimento ha confezionato il capo, quali sostanze sono state utilizzate nelle finiture, come ripararlo dopo molti anni di utilizzo e, infine, come riciclarlo correttamente.

In altre parole, ogni capo comincia a portare con sé la propria biografia. Per uno storico questo è un cambiamento straordinario. Le generazioni future potrebbero conoscere molto di più di una comune camicia di cotone prodotta nel 2030 di quanto oggi conosciamo di molti capi di alta moda realizzati nel Novecento.

Un’altra trasformazione di grande portata riguarda la crescente diffusione della Responsabilità Estesa del Produttore. Tradizionalmente, una volta acquistato un capo, la responsabilità terminava di fatto alla cassa. Il suo smaltimento diventava un problema di qualcun altro. Il nuovo modello ribalta completamente questa logica.

Produttori e marchi sono sempre più chiamati a contribuire economicamente alla raccolta, alla selezione, al riutilizzo e al riciclo dei prodotti che immettono sul mercato. Il rifiuto non viene più considerato uno sfortunato effetto collaterale del commercio, ma parte integrante del prodotto stesso.

Alcuni Paesi stanno andando ancora oltre. La Francia, ad esempio, ha promosso una normativa specificamente rivolta all’ultra fast fashion, con l’obiettivo di scoraggiare modelli di business fondati sulla produzione di enormi quantità di capi economici destinati a cambiare nel giro di pochi giorni, limitando al tempo stesso alcune forme di comunicazione pubblicitaria legate a queste pratiche.

Pur avendo subito numerose modifiche durante il dibattito parlamentare, questa iniziativa rivela un cambiamento profondo nel modo di concepire la politica della moda. Per la prima volta non è soltanto il prodotto a essere regolamentato. È la velocità stessa.

Resta naturalmente da vedere se queste politiche raggiungeranno gli obiettivi sperati. Le leggi possono incoraggiare comportamenti più virtuosi, ma non possono creare dall’oggi al domani fibre migliori, fabbriche più pulite o consumatori più consapevoli. Le infrastrutture dedicate al riciclo tessile sono ancora limitate. Le filiere produttive rimangono estremamente complesse. La moda globale continua a operare attraverso centinaia di ordinamenti giuridici, ciascuno con priorità differenti.

Eppure la direzione appare ormai evidente. Per gran parte della storia la moda ha celebrato la novità. Le nuove leggi iniziano invece a celebrare la durata.

Domani gli stilisti potrebbero competere non soltanto per la bellezza delle loro creazioni, ma anche per la loro riparabilità. I marchi potrebbero essere giudicati non solo per la qualità della manifattura, ma anche per la tracciabilità dei loro prodotti. I consumatori potrebbero scegliere un capo non soltanto per il suo aspetto, ma per la storia custodita nel suo passaporto digitale.

Forse stiamo assistendo all’inizio di un nuovo grande capitolo della storia della moda. L’Ottocento ha meccanizzato l’abbigliamento. Il Novecento lo ha reso globale. Il XXI secolo sembra deciso a renderlo responsabile.

Se questa interpretazione si rivelerà corretta, gli storici del futuro potrebbero guardare a questi anni come al momento in cui l’abbigliamento ha smesso di essere considerato una semplice merce destinata a essere consumata e scartata, tornando invece a essere riconosciuto come qualcosa di cui prendersi cura, lungo l’intero arco della sua esistenza.